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Periti e carabinieri nell’Ilva, ma ancora non c’è lo spegnimento degli impianti

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Sono arrivati all’interno dell’Ilva intorno a mezzogiorno i tecnici incaricati dalla magistratura ionica di sovrintendere allo spegnimento degli impianti. L’esecuzione del sequestro dell’area a caldo e il successivo spegnimento degli impianti non saranno immediati, così come aveva preannunciato il procuratore della Repubblica Franco Sebastio in conferenza stampa. Si tratta di un inizio delle procedure. Insieme ai custodi nominati dal Gip nello stabilimento ci sono anche i carabinieri del Noe, il nucleo operativo ecologico. I tecnici sono incaricati dal gip di «avviare le procedure tecniche per il blocco delle specifiche lavorazioni e per lo spegnimento».
I quattro tecnici hanno subito incontrato i dirigenti dello stabilimento per stabilire le procedure di chiusura degli impianti, che richiederanno tempi lunghi. I custodi giudiziari sono stati incaricati di sovrintendere alle procedure, osservando «le prescrizioni a tutela della sicurezza e dell’incolumità pubblica e a tutela dell’integrità degli impianti».
Intanto domattina alle 11 inizieranno gli interrogatori di garanzia per gli otto posti ai domiciliari dal gip Patrizia Todisco nell’ambito dell’inchiesta sul presunto inquinamento ambientale da parte dell’Ilva. Si tratta degli ex presidenti dell’Ilva, Emilio e Nicola Riva (padre e figlio), dell’ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, e dei responsabili dell’area sottoprodotti Ivan Di Maggio e dell’area agglomerato Angelo Cavallo. Il provvedimento restrittivo ha raggiunto anche Salvatore D’Alò, capo delle acciaierie 1 e 2, Salvatore De Felice, già capo area altiforni e attuale direttore del siderurgico dopo le dimissioni di Capogrosso avvenute qualche settimana fa, e Marco Andelmi, responsabile dell’area parchi minerali.
Tutti sono accusati, a vario titolo, di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico.

Sequestro Ilva- venerdì la battaglia al Riesame, stop ai blocchi gli operai tornano in fabbrica

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Sono tornati nel siderurgico alle 6,30 di questa mattina i 5mila operai che per due giorni hanno protestato in città bloccando tutte le vie di accesso al capoluogo ionico per dire no alle decisioni della Magistratura tarantina.
Nuove manifestazioni sono previste a partire da lunedì e culmineranno nello stop totale di 24 ore previsto per giovedì, vigilia della battaglia che si terrà al Tribunale del Riesame. Venerdì, infatti, si discuterà il ricorso presentato dai legali dell’Ilva contro il sequestro dell’area a caldo e le otto ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari per dirigenti ed ex dirigenti del colosso siderurgico tarantino.
Tutto è iniziato intorno alle 13 di giovedì quando gli operai sono venuti a conoscenza della firma, da parte del Gip presso il Tribunale di Taranto patrizia Todisco, di una ordinanza con la quale si disponeva il sequestro di agglomerati, cokerie, acciaierie, parchi minerali e le ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari per gli ex presidenti dell’Ilva, Emilio e Nicola Riva (padre e figlio), l’ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, e i responsabili dell’area sottoprodotti Ivan Di Maggio e dell’area agglomerato Angelo Cavallo. Il provvedimento restrittivo ha raggiunto anche Salvatore D’Alò, capo delle acciaierie 1 e 2, Salvatore De Felice, già capo area altiforni e attuale direttore del siderurgico dopo le dimissioni di Capogrosso avvenute qualche settimana fa, e Marco Andelmi, responsabile dell’area parchi minerali.
I sequestri non sono stati ancora eseguiti come ha tenuto a specificare in conferenza stampa il Procuratore della Repubblica ionico Franco Sebastio. «La fase di attuazione del provvedimento – ha detto il Procuratore – non è ancora iniziata per due motivi, sia perché ci saranno richieste al riesame, il cui pronunciamento avverrà a brevissima scadenza e poi perché parliamo di procedure tecniche da adottare che non sono affatto facil». Questi impiantibche sono a ciclo continuo e lavorano a temperature elevatissime, infatti, per essere disattivati hanno bisogno di tecnici all’altezza, di una messa totale in sicurezza e di una graduale disattivazione. «Se si dovessero spegnere di colpo – ha detto Sebastio – accadrebbe un disastro».
Le modalità di un eventuale spegnimento degli impianti verranno poi perfezionate in itinere se si dovesse arrivare alla fase di esecuzione concreta del decreto.
La storia dell’inquinamento del capoluogo ionico ha radici nel passato. La prima sentenza venne emessa ben 30 anni fa. Era il1982 e la Pretura ionica condannò i vertici dell’allora Italsider per la diffusione delle polveri dei parchi minerari. «Da allora in poi c’è stata tutta una serie di procedimenti penali con la caratteristica costante di confluire in sentenze di condanna diventate definitive». A parlarne è ancora il Procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio. «Tutti questi procedimenti penali – ha aggiunto – hanno avuto una particolarità. Più si andava avanti e si approfondivano ulteriori aspetti, più saliva anche il livello qualitativo dei reati contestati».
Le indagini, culminate nella ordinanza di giovedì sono partite tra il 2009 ed il 2010 sulla bene di accertamenti e denunce tra cui anche quella del primo cittadino. Le denunce inserite nel procedimento sono ben 150.
A parlare in conferenza stampa è stato anche Il procuratore generale della Corte di Appello di Lecce Giuseppe Vignola. «il passaggio dall’Italsider all’Ilva ha rappresentato un abbattimento delle emissioni di diossina. Ma non è soltanto con la diossina che oggi stiamo avvelenando Taranto. Ci sono le polveri sottili, i Pm10 e altri agenti patogeni – ha aggiunto – che in alcuni centinaia di casi hanno dato purtroppo quell’esito letale di cui tutti hanno sentito parlare. Vi sono ancora migliaia di persone, all’interno della stessa Ilva, e quindi parliamo degli operai, in nome e per conto della loro salute la Procura della Repubblica è intervenuta. Parliamo anche degli abitanti dei quartieri confinanti, il quartiere Tamburi, o anche che abitano anche in quartieri più lontani dove ci sono ipotesi di inquinamento e di malattie». I periti incaricati dal Gip hanno fornito delle conclusioni terrificanti, ha detto ancora Vignola. «Ci si trovava di fronte a un’azione da interrompere. I magistrati non si trovavano di fronte a un bivio tra lavoro e ambiente, non c’era possibilità di scelta o discrezionalità. Il sequestro era obbligato, non si poteva ignorare la conclusione delle perizie, anche se il provvedimento – ha precisato Vignola – non è stato preso a cuor leggero. I magistrati si sono mossi nella legalità. Non potevano prendere altri provvedimenti in una situazione del genere». Secondo i giudici l’Ilva mentre di giorno rispettava le prescrizioni imposte, di notte le violava. Una tesi confermata dai rilievi fotografici eseguiti per 40 giorni nel corso dell’inchiesta.
Da una parte la magistratura, dall’altra il colosso siderurgico. Al centro i lavoratori. È stato proprio il neo presidente di Ilva Taranto Bruno Ferrante a ribadire le intenzioni dell’azienda di non voler lasciare il capoluogo ionico. «Se c’è disponibilità al confronto Ilva non si sottrae – ha detto – noi siamo sicuri che in questo Paese si possano coniugare ambiente, salute, sicurezza, lavoro e impresa». Ferrante ha poi ribadito «Se potremo lavorare e continueremo a lavorare nello stabilimento di Taranto, assicureremo i livelli occupazionali come già avvenuto in passato».
Dure le critiche per il provvedimento emesso dalla magistratura ionica da parte di Federmeccanica e Federacciai. «Il provvedimento – ha detto il presidente di Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi – desta grandissima preoccupazione in tutti gli imprenditori metalmeccanici e rappresenta un colpo insopportabile non solo per la siderurgia italiana, ma per tutto il manifatturiero nazionale». Condanna unanime anche da Federacciai secondo cui il sequestro è stato disposto da un magistrato «sulla base di opinabili correlazioni tra l’esistenza dell’impianto industriale e la salute». «In Europa – si legge nella nota – vi sono molti impianti come l’Ilva di Taranto. Ovunque istituzioni, imprese, parti sociali hanno lavorato di comune accordo per migliorare l’impatto ambientale e per raggiungere un equilibrio virtuoso tra ambiente e lavoro; così come si è fatto in questi anni per Taranto (…). Mai è avvenuto in Europa che provvedimenti unilaterali della magistratura bloccassero questo processo». Federacciai parla di una distorta ideologia ambientalista che mette in discussione la presenza dell’industria sul territorio.
E la paura della perdita del posto di lavoro non colpisce soltanto i 5mila lavoratori dell’area a caldo. Ce ne sono altrettanti in quella a freddo, 4 o 5 mila nell’indotto più i subfornitori dell’indotto che pagherebbero lo scotto di un eventuale fermo degli impianti. Il governo nazionale, quindi, dovrebbe intervenire con dei provvedimenti a salvaguardia dei livelli occupazionali per circa 15 mila lavoratori.
Quella che ci si appresta a vivere sarà una settimana decisiva per il futuro dello stabilimento ionico, dei lavoratori. Il diritto alla salute resta il caposaldo della magistratura tarantina.

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Tensione su Equitalia, la proposta del prefetto di Taranto: «Lavoriamo insieme per lenire il conflitto sociale»

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Troppe tensioni intorno ad Equitalia, nelle ultime settimane.
Così tante che il prefetto di Taranto, Claudio Sammartino, ha ritenuto opportuno mettere intorno ad un tavolo i rappresentanti delle istituzioni locali, delle associazioni di categoria e dei consumatori, i sindacati e le forze dell’ordine, per scovare una strategia buona per raffreddare il clima. Dopo gli attentati in tutta Italia, e dopo il blocco della sede ionica operato dai Cobas la scorsa settimana, infatti, il massimo rappresentante istituzionale della provincia ha deciso di coinvolgere chiunque abbia relazioni con la società di riscossione «per tentare di lenire il conflitto sociale in atto».
A ricordare quanto quel conflitto fosse vivo, ieri mattina ai piedi della Prefettura, c’erano proprio i rappresentanti dei Cobas. Nessuno scontro, ma una promessa urlata a gran voce, dopo il rifiuto di Sammartino a riceverne una delegazione: «Se il prefetto non ci incontrerà, mercoledì bloccheremo di nuovo Equitalia».
Alle minacce Sammartino ha preferito opporre un lavoro di ricucitura di tutte le parti sociali: «Se riusciamo a costituire una rete di relazioni – ha spiegato – affronteremo meglio le situazioni più difficili». Che concretamente significa intensificare il lavoro di informazione.
Le strade per alleggerire il peso degli accertamenti, infatti, esistono. Anche se i rappresentanti di Equitalia (il direttore regionale Alessandro Migliaccio e quello provinciale Fernando Prò) hanno dichiarato da subito di non poter non fare due cose: applicare la legge e gli interessi di mora. Una risposta alle tante sollecitazioni arrivate soprattutto dalle associazioni dei consumatori, che tengono il polso della disperazione di chi non ce la fa a pagare.
Tornando alle soluzioni, Sammartino ne ha dettata una di carattere generale: rafforzare il rapporto tra le istituzioni. «Solo in questo modo potremo dare risposte a cittadini che vivono nella disperazione – ha spiegato il prefetto – cercando di non abbandonarli alla loro solitudine». Quella stessa solitudine che, secondo il rappresentante istituzionale, finisce per «ampliare la zona grigia dell’usura, che potrebbe diventare endemica». La reazione di chi è disperato, infatti, non è solo il suicidio (e la cronaca a torto e ragione ne sta parlando) ma anche il ricorso a mezzi compromettenti dal punto di vista della legalità: «Ecco perché a questo tavolo abbiamo invitato anche le forze dell’ordine».
Praticamente questo impegno si traduce nel ridurre le distanze tra Equitalia e contribuenti. Alcune associazioni, come Casartigiani, hanno portato ad esempio la loro positiva esperienza di collaborazione con l’agenzia di riscossione: «Abbiamo uno sportello on line – ha spiegato la responsabile Domenica Annichiarico – e fino ad oggi non ci sono stati problemi». Poi ci sono gli sportelli informativi già attivi a Martina, Manduria e Ginosa, più uno di prossima apertura a Massafra. Ed infine, le agevolazioni rappresentate dalle rateizzazioni.
Le novità, invece, sono il rafforzamento dello Sportello d’Ascolto della sede ionica di Equitalia, che presto sarà implementato con uno Sportello Amico. A monte di tutto questo, però, il direttore regionale ha posto una sorta di regola aurea per lenire i conflitti: «Solo usando il buon senso potremo anche applicare le ferree leggi, che fa il Parlamento, in maniera più umana».
Intanto, questa prima riunione ha gettato le basi per un lavoro che si specializzerà in futuro per individuare tutte le aree di sofferenza del tessuto economico locale. A partire dalla stretta del credito, fino ai difficili rapporti tra Inps, Inail ed aziende, che messe alla corda innescano un processo di decadimento che arriva ai lavoratori e alle loro famiglie.
In questo senso, il prefetto Sammartino ha voluto coinvolgere anche la Chiesa, attraverso la Caritas diocesana di Taranto e Castellaneta: «Se l’informazione per alimentare il canale di collegamento con Equitalia non dovesse bastare – ha spiegato – resta come estrema soluzione la rete della solidarietà. Ma noi non ci arrendiamo».

Aziende e disoccupati si incontrano con le “borse lavoro” della Provincia di Taranto

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200 nuove “borse lavoro” sono il contributo della Provincia di Taranto al tentativo di arginare il dilagante fenomeno della disoccupazione.
Lo strumento è finanziato dall’Ue, fa incontrare aziende e lavoratori, e ha già dato ottimi risultati per le sue prime edizioni (i primi assegnatari, 50, stanno iniziando in questo periodo mentre per altri 150 sono in corso le selezioni). Ieri in conferenza stampa, appunto, il presidente dell’ente di via Anfiteatro Gianni Florido e l’assessore al Lavoro Luciano De Gregorio hanno annunciato il nuovo bando che scadrà il prossimo 15 maggio.
Si tratta di altre 200 “borse lavoro” (in totale, quindi, ne saranno state finanziate 400), 50 delle quali destinate a giovani laureati. «Abbiamo fatto uno sforzo per tutelare anche l’altra fascia debole del mercato del lavoro – ha spiegato Florido – innalzando l’età per partecipare al bando fino ai 50 anni».
Le “borse lavoro” durano 6 mesi e funzionano in maniera semplice: le aziende (fino ad oggi più di 50 quelle coinvolte, ma c’è ancora possibilità di partecipare) manifestano il loro interesse comunicando i profili professionali di cui hanno bisogno, subito dopo si individuano le candidature idonee a soddisfare le specifiche richieste. Se qualche azienda decide di confermare l’assunzione, scattano anche degli sgravi fiscali.
La partecipazione, come detto, è aperta fino al 15 maggio: «Ma vogliamo essere chiari – ha aggiunto il presidente della Provincia – nel dire che abbiamo dovuto fare il bando in questo periodo solo perché altrimenti avremmo perso le risorse. Lo specifico affinché nessuno pensi che la Provincia utilizzi impropriamente le “borse lavoro”». Insomma, nessun fine elettorale dietro questa operazione, che sarà “congelata” fino a dopo il ballottaggio: le selezioni, infatti, partiranno probabilmente dopo il 21 maggio.
Per De Gregorio, che ha dichiarato di «aver preso un treno in corsa (l’assessorato al Lavoro. Ndr) modificando nella sostanza la concezione stessa dell’attività formativa», si tratta di un obiettivo importante raggiunto con la collaborazione di tutto il settore (alla conferenza stampa di ieri c’era anche il dirigente Raffaele Borgia), «un fatto straordinario per la nostra città perché nessuno si era mai cimentato con questi strumenti». E soprattutto, ha poi aggiunto Florido, «non avevamo mai legato l’attività formativa alle esigenze del mercato del lavoro».
In questo senso vanno anche altre iniziative predisposte dall’assessorato, cui si è fatto cenno ieri. A partire dai corsi di formazione, gran parte dei quali saranno “tagliati” per profili professionali legati allo sviluppo della logistica (presto un incontro tra Provincia, sindacati e Autorità Portuale), fino al sostegno dei lavoratori in mobilità per i quali sono stati impegnati più di 2 milioni di euro.

L’ex segretario Cisl Sergio D’Antoni a Taranto: «Ambiente e lavoro vanno conciliati»

Sergio D’Antoni, segretario della Cisl negli anni ’90 ed oggi deputato del Pd, si è sempre definito uomo di concertazione.
A Taranto per sostenere i democratici, il politico siciliano ha confermato questa sua vocazione parlando del tema che sta segnando la campagna elettorale, il rapporto tra ambiente e lavoro: «Vanno conciliati – ha spiegato – perché non c’è verità assoluta, i fondamentalismi non portano da nessuna parte». Insomma, è evidente come l’ex segretario non abbia perso lo spirito del sindacalista nonostante la militanza politica abbia ormai superato il decennio.
Gli anni alla guida del sindacato furono gli stessi durante i quali Gianni Florido e Ludovico Vico ricoprirono il ruolo di segretario provinciale rispettivamente di Cisl e Cgil. Ritrovandosi ieri mattina nell’ex sala Giunta di via Anfiteatro, è stato inevitabile l’amarcord tra D’Antoni, il presidente della Provincia ed il deputato Pd.
Ricordi legati alla lotta in difesa del lavoro, naturalmente, tema ricorrente anche oggi: «L’Italia si è fermata perché sono state abbandonate le zone deboli – ha commentato D’Antoni –, ma è da lì che dobbiamo ripartire». Sperimentando lo strumento del credito d’imposta, ha spiegato, anche per aumentare la platea dei lavoratori.
Sulla situazione politica, poi, l’ex segretario Cisl da meridionalista convinto non ha esitato: «Ci stiamo liberando di chi ha remato contro le ragioni del Sud». Cenno nemmeno tanto velato alla Lega e alla bufera giudiziaria che la sta travolgendo. Sulle prospettive, invece, parole chiare: «Si vota nel 2013 e la politica tornerà ad essere protagonista. Un ruolo che comunque non è mai stato abbandonato, perché in questo frangente è stato deciso di comune accordo politico per un Governo dalla forte connotazione tecnica».
Per quel che riguarda l’economia, invece, D’Antoni ha espresso sentimenti di speranza e tornando a parlare del “caso Taranto” ha detto: «Bisogna salvaguardare un patrimonio industriale che altrimenti andrebbe perso. Ci sono le tecnologie per farlo, basta applicarle».

Ance e sindacati firmano l’integrativo. Più risorse e sicurezza per gli edili

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Il mondo dell’edilizia locale non smette di mandare messaggi alle istituzioni. L’ultimo con la firma, martedì scorso, del nuovo contratto collettivo provinciale per i dipendenti delle aziende del settore.
Imprenditori e sindacati di categoria, infatti, hanno aperto una vera e propria campagna contro la diffusa illegalità che serpeggia nei cantieri ionici. Essere riusciti a chiudere un accordo in un momento di grave crisi come questo, quindi, segnala la netta volontà di continuare sulla strada presa alcuni mesi fa, quando in Prefettura furono firmati ben due protocolli per garantire più legalità e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Insomma, gli edili chiedono attenzione per le imprese sane che producono valore aggiunto nel territorio, che riconoscono il valore dei loro dipendenti e non scendono a compromessi soprattutto quando si parla di appalti pubblici. «Per noi è un momento importante – ha spiegato ieri, durante la conferenza stampa tenuta in Confindustria, il presidente dell’Ance Antonio Marinaro – perché siamo riusciti a condividere un percorso con i sindacati, non privo di scontri, portando a casa un accordo che salvaguarda soprattutto le esigenze dei lavoratori».
Gli elementi di novità di questo integrativo (uno tra i primi già firmati in Italia) stanno in due sigle: Evr e Rlst. La prima sta per “Elemento variabile della retribuzione”, una sorta di premio per i lavoratori calcolato sull’andamento di cinque parametri a livello locale, e comunque non superiore al 6% del minimo di paga; la seconda, invece, sta per “Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale”, figura finanziata dai datori di lavoro con un contributo mensile di due euro a dipendente che garantirà il rispetto delle norme in materia nelle aziende con meno di quindici operai.
Una riflessione è quasi obbligata: le aziende, in un momento di crisi, scelgono di garantire il salario dei lavoratori incrementandolo, e versano un contributo per la sicurezza. Un ottimo esempio di moralità imprenditoriale che stride con le percentuali di sommerso del territorio: oltre il 35% di lavoratori irregolari. Per non parlare della pratica del massimo ribasso, censurata da Ance e sindacati ma ancora in voga. «Al nostro impegno manca ancora un tassello – ha infatti spiegato Marinaro –, l’impegno delle pubbliche amministrazioni a considerare le imprese sane del territorio, spezzettando i grossi appalti in commesse più piccole ed immediatamente cantierizzabili. Lo dice la legge, tra l’altro». Senza contare quanto scritto, appunto, in quei protocolli firmati in Prefettura e rimasti lettera morta.
Dal punto di vista dei sindacati, infine, la soddisfazione per il raggiungimento del miglior risultato possibile. In conferenza stampa sono intervenuti Luigi Lamusta della Fillea Cgil e Vito Lincesso della Filca Cisl. Mancava solo il segretario della Feneal Uil Antonio Guida.

Rinviato a Taranto l’appuntamento con Susanna Camusso, la leader della CGIL in Commissione Lavoro al Senato per la Legge sulla Riforma del Mercato del Lavoro

Rinviato a data da destinarsi l’appuntamento previsto per mercoledì 11 aprile con il leader della CGIL nazionale, Susanna Camusso.

 

Prende il via proprio mercoledì l’esame del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro. Nel pomeriggio, a cominciare dalle 15, audizione dei rappresentati di Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confindustria.

La decisione è stata assunta dall’ufficio di presidenza della stessa commissione, che ha definito un calendario di massima per la discussione del provvedimento nei prossimi giorni.

Intanto, Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, aveva segnalato la disponibilità del governo a favorire modifiche nel corso del dibattito parlamentare sul ddl a condizione di non stravolgere il provvedimento.

Nel frattempo dalla sede della CGIL di Taranto confermano la disponibilità della Camusso a svolgere subito dopo questo importante appuntamento nella Commissione del Senato, una riflessione approfondita sul tema, proprio nella città bimare che da sempre rappresenta un punto di grande osservazione delle dinamiche del lavoro in tutta Italia.

Taranto vertenza nazionale, incontro con la leader della CGIL, Susanna Camusso

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Taranto potrebbe diventare un “vertenza-nazionale”, ma il dualismo tra lavoro e ambiente che anima il dibattito politico e non solo di questi tempi pone il territorio ionico anche al centro delle attenzioni dei vertici sindacali nazionali impegnati nel difficile passaggio sulla Riforma del mercato del lavoro tra crisi economica e politiche per lo sviluppo e l’occupazione.
Lo sa benissimo Susanna Camusso che mercoledì 11 aprile sarà a Taranto a riprendere proprio da una delle città più industriali del Sud l’iniziativa straordinaria che impegna la CGIL in favore dei diritti dei precari e dei giovani e per ammortizzatori sociali universali.
L’incontro si svolgerà alle 17,30 nel Salone di Rappresentanza della Provincia di Taranto. La Camusso sarà intervistata sui temi nazionali e locali dai giornalisti Salvatore Catapano di Rai 3 Puglia, Domenico Palmiotti de La Gazzetta del Mezzogiorno e Michele Tursi del Corriere del Giorno.
In quella occasione si parlerà della riforma, della manifestazione unitaria programmata con CISL e UIL il prossimo 13 aprile, del caso “esodati”, ma anche delle questioni che riguardano più da vicino Taranto e il suo futuro occupazionale tra la richiesta di interventi speciali e la necessità di salvaguardare occupazione e salute.
“Certo a livello nazionale partiamo da un dato – afferma Luigi D’Isabella, Segretario generale della CGIL di Taranto – Il Governo aveva chiuso la consultazione con le parti sociali imponendo un testo sulla Riforma del lavoro che escludeva il reintegro per i licenziamenti economici. Ora è dovuto tornare indietro: si tratta di un primo importante risultato della CGIL, della mobilitazione unitaria dei lavoratori, del consenso che si è sviluppato nel Paese sul tema della dignità del lavoro, a cui hanno prestato ascolto le forze politiche progressiste più sensibili alle tematiche sociali. Contiamo di mobilitarci ancora sulle questioni che riguardano i diritti dei meno garantiti e la necessità di articolare in maniera differente i fondi per gli ammortizzatori sociali”.

Sit-in dei sindacati, il coro delle tute blu Ilva: «Ambiente e lavoro, si può»

Cipputi, l’archetipo del metalmeccanico secondo il vignettista satirico Altan, è un’altra cosa.
La seconda generazione degli operai Ilva è fatta di ragazzoni fieri e con le idee chiare: «Tutela del lavoro uguale tutela dell’ambiente».
Non vogliono sentire parlare di contrapposizioni, quindi: «Le prime vittime dell’inquinamento siamo noi». E nemmeno di giocarsi il posto di lavoro: «Quella fabbrica è nostra». Assiepati in 2500 ai piedi della Prefettura tarantina, ieri mattina hanno fatto più di una semplice testimonianza di presenza.
Il sit-in lo hanno organizzato i sindacati confederali, infatti, insieme alle sigle di categoria: una protesta diretta alle istituzioni affinché salvaguardino i posti di lavoro migliorando l’impatto ambientale della fabbrica. Ma i metalmeccanici dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa sono andati oltre le appartenenze. Si sentivano emarginati dalla politica, che discute sopra le loro teste (ne parliamo a parte), dagli ambientalisti più intransigenti, che chiedono la chiusura dell’Ilva, e dalla città, che ancora non si rende conto di quanto complicato sia scegliere.
Allora si sono ripresi la scena a colpi di cori e bandiere, e hanno spiegato perché il lavoro è importante quanto la salute. Lo ha fatto un giovane operaio, ad esempio, raccontando al megafono come ha affrontato i suoi figli: «Mi hanno chiesto se manifestassi perché sono a favore delle malattie – ha detto –, ho spiegato loro che invece andavo a manifestare perché lavorare e ammalarsi insieme non va bene. Ho detto loro che Riva deve investire dei soldi per migliorare la vita nello stabilimento, che ci sono acciaierie nel mondo che convivono con i centri abitati. Questo ho detto ai miei figli».
La folla di ieri era piena di giovani padri. Figli a loro volta, molti di operai che lo stabilimento lo hanno visto nascere e di molti che ci hanno lasciato la vita. Un ciclo destinato a terminare: «Rivendichiamo il nostro diritto all’occupazione – ha spiegato un altro giovanissimo manifestante – ma non siamo né contro Taranto, né contro le vittime accertate dalle recenti perizie. Cerchiamo solo rassicurazioni sul nostro futuro».
Perché se non bastasse il binomio ambiente-lavoro a dare pensieri a questi ragazzi entrati nel mondo del lavoro da pochi anni, ora ci si metterà anche la questione dell’articolo 18. Gli operai cercano buone notizie, incrociando lo sguardo e l’esperienza diretta di chi può saperne di più. L’onorevole del Pd Ludovico Vico si è fermato a lungo con loro: «Questi ragazzi sono un messaggio alla città e al paese – ha spiegato –, la questione ambientale non si può risolvere cancellandoli, ma lavorando insieme perché lo vuole la serietà della situazione».
L’inquinamento, infatti, ora è diventato materia da tribunale. Ma nessuno tra gli operai ha pensato di fare pressione al lavoro della magistratura: «Che nessuno si azzardi a manifestare in tribunale – ha urlato uno di loro –, noi non siamo contro i giudici perché le risposte ce le deve dare Riva». Già, il “padrone” che tanti pensavano avesse fomentato i suoi dipendenti e che invece esce con le ossa rotte dalla manifestazione. Il destinatario di messaggi e invettive è proprio lui: Riva deve migliorare gli impianti, Riva deve investire, Riva deve smetterla di non ascoltare i sindacati. E qualcuno ci prova anche: «Riva, aumenta gli stipendi!».
Insomma, a parlare è chi ha quotidianamente il polso della situazione. «Chi ogni giorno lavora per evitare che la fabbrica inquini – ha aggiunto il segretario provinciale della Cgil Luigi D’Isabella –, chi deve essere protagonista del percorso di miglioramento». La piattaforma su cui si muovono i sindacati è nota: ambientalizzazione senza fermata degli impianti. Cgil, Cisl e Uil, con le rispettive sigle metalmeccaniche, hanno messo su carta le loro intenzioni, consegnandole nelle mani del prefetto che si è impegnato a trasmetterle al viceministro alle Infrastrutture Mario Ciaccia, ieri a Taranto. I sindacati chiedono più risorse per i controlli, bonifiche, e soprattutto di essere protagonisti ascoltati del tavolo nazionale che si sta costituendo per l’emergenza tarantina. Anche i segretari provinciali di Cisl e Uilm Daniela Fumarola e Antonio Talò, d’altronde, lo dicono: meglio la via istituzionale, perché questo è il momento giusto per ottenere dei risultati.

Sit-in dei 230 edili messi fuori dall’appalto ILVA

“Il grido d’allarme del settore e di questi lavoratori non può più essere ignorato, siamo al disagio occupazionale ma anche nella drammatica condizione di dover far fronte al disagio sociale di centinaia di lavoratori che non avranno più reddito né tantomeno copertura di ammortizzatori sociali. Occorre far presto e subito”.
E’ quando dichiarato da Luigi Lamusta, segretario generale della FILLEA-CGIL di Taranto, all’indomani della convocazione del sit-in previsto per lunedì 19 marzo sotto a Palazzo di Città a Taranto dei circa 230 lavoratori edili esclusi, insieme alle loro aziende, dai processi di lavorazioni e manutenzioni dell’appalto ILVA.
“Per alcune di queste imprese è già scaduta la Cassa Integrazione e non vi è nessuna intenzione di rinnovare gli impegni con i lavoratori nell’assenza assoluta di segnali rincuoranti da parte dell’azienda siderurgica – dice ancora Lamusta – sono 230 famiglie che già oggi vivono il dramma della perdita del reddito e che domani potrebbero andare ad ingrossare l’esercito dei lavoratori in nero o pseudo partita IVA della nostra provincia. Qui non c’è solo l’emergenza lavoro ma anche una questione di legalità da tenere sotto debita osservazione”.
Un appello alle istituzioni da parte della CGIL e tutti gli altri sindacati di categoria affinché nel vortice dell’illegalità non finiscano altri lavoratori e in difesa del lavoro per le imprese e le maestranze locali.
“Noi difendiamo tutto il lavoro – afferma ancora il segretario della FILLEA di Taranto – ma la condizione di disagio che vive Taranto fa apparire come una stridente contraddizione il lavoro appaltato ad aziende del Nord in danno di imprese e lavoratori da sempre in stretta correlazione con gli appalti dell’acciaieria. Un segnale di disattenzione verso il territorio che ospita una delle più grandi imprese metal meccaniche d’Europa che onestamente stentiamo a comprendere”.